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..una piccola anticipazione Diane Pernet @Corridor and Stairs 25/06

http://www.ashadedviewonfashion.com/

Diane Pernet @Mauro Grifoni shop, via Santo Spirito 17

photo by: Lilian Russo

Designer, fashion journalist, video maker e icona di stile, ma soprattutto Blogger con la B maiuscola, con il suo lavoro di ricerca Diane ha avuto il merito di innovare e cambiare le regole de “la langue de la mode”, spostando il focus dalla staticità dell’immagine fotografica alla fluidità della raffigurazione filmica e alla potenza della drammaturgia, per inventare una modalità tutta nuova di narrare il fashion ed esploderne appieno l’estetica più profonda.

Lunedì 25/06  abbiamo avuto il piacere di ospitarla al Corridor & Stairs, photo fashion gallery by Mauro Grifoni (via San Spirito 17, Milano) con la sua presenza è stata inaugurata una mostra a lei dedicata. Fino al 15 settembre, l’exhibition Diane Pernet, Immagini Private di un’Icona della Moda curata da Cristiano Seganfreddo raccoglie una selezione di foto personali della nostra e una serie di documenti intimi che ne raccontano i suoi  incontri, progetti e vita fin dagli albori di New York.

Nel suo blog, potete già vedere vari post dedicati alla serata.

Diane Pernet - blog

DIANE PERNET- BLOG

Tra qualche giorno, posteremo una gallery totalmente dedicata alla serata.

Per chi fosse appassionato della sua figura di icona fashion o semplicemente cuorioso, fino al 23 settembre visitate Corridor and Stairs _ DIANE PERNET  SHADOWS OF AN ICON.




.save the date 25/06. Diane Pernet . Shadows of an Icon

Diana Pernet è un’ icona del fashion in tutto il mondo; il suo blog è considerato tra i più importanti e influenti al mondo.
Giornalista di moda, talent scout, fotografa e celebre blogger. Stilista negli anni Ottanta a New York, ha descritto défilé internazionali sulle grandi testate, e dispensato, sotto lo pseudonimo Dr. Diane, consigli di stile alle lettrici di riviste online. Americana di nascita e francese d’adozione, Diane Pernet è cittadina del mondo reale e virtuale per virtù e stile di vita. Munita di macchina fotografica e palmare, aggiorna da ogni dove le pagine del suo sito www.ashadedviewonfashion.com, bibbia della moda e must riconosciuto da insaziabili “fashionisti”, Musica, arte, moda, architettura e design sono gli argomenti contenuti dal suo celeberrimo blog  “Non mi piace essere territoriale” dice. La sua attività sfugge ad ogni definizione come il suo look total black che, di certo, non passa inosservato. Pelle di porcellana, labbra laccate, acconciatura a torre un po’ rasta e un po’ Marie Antoinette con tanto di spillo a forma di insetto sulla sommità, ha la drammaticità di un’incisione del Goya, l’eleganza discreta di una geisha e il fascino da diva avant-garde. Predilige abiti Boudicca rigorosamente nel colore della privazione e nasconde la parte più intima del volto dietro montature feline. Uno stile inimitabile che ha sedotto anche la settima arte: Robert Altman le ha regalato un cameo nella parte di se stessa in “Prêt-à-porter”, Roman Polanski ha chiesto la sua partecipazione nel thriller-noir “La Nona Porta”.
Il suo blog è una vera e propria fonte di ispirazione per tantissimi designer, un must read per ogni fashion addicted che si rispetti!
invito_DIANE
Diana Pernet è un’ icona del fashion in tutto il mondo; il suo blog è considerato tra i più importanti e influenti al mondo.
Giornalista di moda, talent scout, fotografa e celebre blogger. Stilista negli anni Ottanta a New York, ha descritto défilé internazionali sulle grandi testate, e dispensato, sotto lo pseudonimo Dr. Diane, consigli di stile alle lettrici di riviste online. Americana di nascita e francese d’adozione, Diane Pernet è cittadina del mondo reale e virtuale per virtù e stile di vita. Munita di macchina fotografica e palmare, aggiorna da ogni dove le pagine del suo sito www.ashadedviewonfashion.com, bibbia della moda e must riconosciuto da insaziabili “fashionisti”, Musica, arte, moda, architettura e design sono gli argomenti contenuti dal suo celeberrimo blog  “Non mi piace essere territoriale” dice.
La sua attività sfugge ad ogni definizione come il suo look total black che, di certo, non passa inosservato.

Diana Pernet
Pelle di porcellana, labbra laccate, acconciatura a torre un po’ rasta e un po’ Marie Antoinette con tanto di spillo a forma di insetto sulla sommità, ha la drammaticità di un’incisione del Goya, l’eleganza discreta di una geisha e il fascino da diva avant-garde. Predilige abiti Boudicca rigorosamente nel colore della privazione e nasconde la parte più intima del volto dietro montature feline. Uno stile inimitabile che ha sedotto anche la settima arte: Robert Altman le ha regalato un cameo nella parte di se stessa in “Prêt-à-porter”, Roman Polanski ha chiesto la sua partecipazione nel thriller-noir “La Nona Porta”.
Il suo blog è una vera e propria fonte di ispirazione per tantissimi designer, un must read per ogni fashion addicted che si rispetti!
Corridor and Stairs, il progetto culturale di Mauro Grifoni, con la sua galleria fashion fotografica celebra la vita e il lavoro di Diane Pernet con una mostra che sarà inaugurata il giorno 25/06.
http://www.ashadedviewonfashion.com/

DIANA VREELAND after DIANA VREELAND

La mostra raccontata da Maria Luisa Frisa, in  un’ intervista realizzata da Stefano Guerrini per il nostro blog

ML Frisa photo Timothy Greenfield-Sanders

La mostra “Diana Vreeland After Diana Vreeland”, fino al 25 giugno al Palazzo Fortuny a Venezia, curata da Judith Clark e Maria Luisa Frisa, commissionata da Lisa Immordino Vreeland e promossa dalla Fondazione dei Musei Civici di Venezia e dal Diana Vreeland Estate in collaborazione con Mauro Grifoni e VicenzaOro, è la prima grande mostra – dopo la retrospettiva curata da Richard Martin e Harold Koda nel 1993 al Metropolitan – che riflette sulla complessità del lavoro della Vreeland, individuando gli elementi della sua grammatica. Il risultato è uno di quegli eventi che raramente si vedono in Italia, dove viene evidenziato come la moda sia un fenomeno complesso e un dispositivo potente per interpretare gusti e tendenze del tempo.

Visto il nostro coinvolgimento diretto abbiamo deciso di chiacchierare con Maria Luisa Frisa, direttore del Corso di Design della moda all’Università IUAV di Venezia, oltre che curatore di mostre importanti e autore di molte pubblicazioni di moda, inaugurando così uno spazio che continuerà nel tempo in cui dialogheremo con persone a noi care, creativi interessanti, figure che ci piacciono e mondi tangenti la moda. Maria Luisa racconta l’importanza di questa mostra, capace di decontestualizzare i pezzi che compongono la caleidoscopica carriera di Diana Vreeland, per riconnetterli in una nuova lettura interpretativa, ma trova anche il tempo per svelarci qualcosa sui suoi futuri progetti.

Da cosa è nata l’idea di una mostra su Diana Vreeland?

Sono sempre stata particolarmente interessata alla figura di Diana Vreeland, sia come fashion editor ad “Harper’s Bazaar” (1936-1962) e poi visionario direttore a “Vogue America” (1962-1971), sia come curatore di mostre di moda, durante il suo periodo al Costume Institute del Metropolitan dal 1972 al 1989, anno della sua morte. La mostra nasce dal desiderio di portare a un livello più complesso la riflessione sulle mostre di moda e sul fashion curating, dato il ruolo centrale di Vreeland nell’evoluzione di questi due aspetti di quella complessa disciplina che è la moda. La mostra riflette in modo esplicito sul lavoro di Vreeland, simultaneamente editor e curator, e sulla sua capacità di usare la moda come straordinario volano per l’immaginazione. Non solo una mostra di moda in cui si possono ammirare abiti straordinari, quindi, ma l’occasione per capire come e quando sono stati messi a fuoco buona parte degli immaginari della moda contemporanea.

Diana Vreeland

Quale l’importanza e il fascino di un personaggio come la Vreeland per i nostri tempi e per la moda? Quale il legame con la realtà italiana?

La genialità di Vreeland si è espressa soprattutto attraverso la messa a punto di una grammatica dell’eccesso. La mostra e il libro uscito in occasione della mostra, si pongono come obiettivo quello di ricostruire questa grammatica, visuale e concettuale. Nel mettere a punto la sua visione flamboyant della moda, Vreeland parlava di eccesso, allure, chic, pizazz, e tutti questi termini sono ormai entrati a far parte della moda. Un modo di leggere e interpretare il fashion system che sa mescolare intuito e una sorta di algebra della moda, che mescola naturalezza e artificio e che ricorda moltissimo quella di cui parla Anna Piaggi a proposito delle sue doppie pagine.

Diana Vreeland, Andy Warhol e Fred Hughes in Piazza San Marco a Venezia, estate 1973. Tratte da Eleanor Dwight, Diana Vreeland, New York, HarperCollins, 2002

Come avete strutturato il percorso?

La mostra cerca di restituire l’incedere immaginifico con cui Vreeland ha attraversato la moda del Novecento: il percorso espositivo è articolato fra il piano nobile e il secondo piano del Museo Fortuny, attraverso tre nuclei che  raccontano Vreeland molto bene. Si parte dagli elementi del suo stile personale e dalle sue ossessioni, fondamentali nel definire il suo atteggiamento curatoriale rispetto alla messa in scena e all’interpretazione della moda. Poi si prosegue nell’esplorazione di Vreeland come curator attraverso i suoi innovativi progetti allestitivi: un serie di teche, elemento museale per eccellenza, enfatizza gli elementi che hanno caratterizzato le mostre di DV; ovviamente un ruolo centrale hanno i manichini, che alludono agli allestimenti originali di Vreeland e sono progettati appositamente per la mostra. Ultimo nucleo  sono le riviste (numeri originali di “Harper’s Bazaar” e “Vogue America”) e i cataloghi e i libri usciti in occasione delle mostre curate da lei: un complesso lavoro editoriale che attraverso il Novecento e riflette la capacità di DV di intercettare e anticipare gusti e tendenze.

Diana Vreeland

Quali ritieni siano i pezzi più interessanti?

L’immaginario di DV è  evocato  da una serie di abiti, molti dei quali sono in Italia per la prima volta. Sono tutti pezzi strepitosi. Fra questi i capi di Saint Laurent e Givenchy indossati da Vreeland e provenienti dal Metropolitan Museum of Art di New York; alcuni pezzi di Balenciaga,  appartenuti alla Baronessa Tyssen, provenienti dal Cristóbal Balenciaga Museum recentemente inaugurato a Getaria;  creazioni più iconiche, come i Mondrian Dress di Saint Laurent dalla collezione della Fondation Pierre Bergé-Yves Saint Laurent; preziosi esemplari che hanno segnato la moda novecentesca provenienti da prestigiose collezioni private e aziendali, fra cui capi di Chanel, Schiaparelli, Missoni, Pucci e costumi dei Ballets Russes.

ZER_7187.photo di Francesco de Luca

Diana Vreeland

Diana Vreeland

Che cosa porti con te da questa esperienza? Insegnamenti, momenti, immagini che ti hanno particolarmente segnata?

Più che trattare gli abiti come opere d’arte, Vreeland ha saputo riconoscere il ruolo della moda all’interno della cultura visuale contemporanea. In questo è stata geniale, una vera e propria apripista, sia come editor, sia come curator. Probabilmente proprio perché al Met ha saputo giocare il suo ruolo di special consultant e curator utilizzando il linguaggio proprio della moda, un linguaggio che avevo appreso ed elaborato lavorando nelle riviste. E i cabinet in mostra cercano di raccontare gli elementi della sua grammatica curatoriale, e cercano di esplicitare non solo il suo sguardo da editor, ma anche quanto ancora oggi nei musei la moda sia “messa in mostra” utilizzando (spesso inconsapevolmente) gli stilemi di Vreeland. Era necessario rendere evidente questo aspetto, soprattutto per capire cosa si può fare oggi, a partire dall’eredità di Vreeland.

ritratto DV 9

Che cosa invece pensi debbano recepire i giovani creativi, gli studenti di moda, da questa mostra?

Credo che la mostra possa essere molto utile, per riflettere sul sistema della moda per capirne i meccanismi, ma anche la complessità.

E penso che possa interessare particolarmente gli stylist. Tutti gli stylist di oggi sono ormai delle vere e proprie celebrities. Sono fotografati, sono protagonisti dei blog, sono autori a loro volta di blog in cui si espongono ed espongono il loro punto di vista sulla moda. Credo che questo vero e proprio culto della personalità abbia a che fare con una delle possibili evoluzioni di quello che ha suggerito Vreeland, prima come fashion editor a “Bazaar”, e poi come direttore a “Vogue”. Gli stylist sono passati dal backstage al centro della scena: questo però rende più difficile (ma forse più interessante) essere unici e influenti. Il percorso verso un self-styling consapevole, simultaneamente preciso e visionario, è più arduo in un momento come questo, dove la regola sembra essere quella di una (troppo spesso) facile sovraesposizione mediatica.

Ci sveli qualcosa sui tuoi prossimi progetti?

Come titolare della Cattedra Gaetano Marzotto sto lavorando a un progetto dedicato al tema della confezione. Ci sarà una grande mostra che ripercorrerà quel periodo cruciale che va dal Dopoguerra alla nascita del pret-a-porter. Il focus sarà l’Italia, ma insieme al Centro di Studi per la moda di Stoccolma stiamo lavorando a creare una rete di studiosi che restituiranno tutte le più importanti esperienze europee.

Diana Vreeland


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