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DIANA VREELAND after DIANA VREELAND
La mostra raccontata da Maria Luisa Frisa, in un’ intervista realizzata da Stefano Guerrini per il nostro blog

La mostra “Diana Vreeland After Diana Vreeland”, fino al 25 giugno al Palazzo Fortuny a Venezia, curata da Judith Clark e Maria Luisa Frisa, commissionata da Lisa Immordino Vreeland e promossa dalla Fondazione dei Musei Civici di Venezia e dal Diana Vreeland Estate in collaborazione con Mauro Grifoni e VicenzaOro, è la prima grande mostra – dopo la retrospettiva curata da Richard Martin e Harold Koda nel 1993 al Metropolitan – che riflette sulla complessità del lavoro della Vreeland, individuando gli elementi della sua grammatica. Il risultato è uno di quegli eventi che raramente si vedono in Italia, dove viene evidenziato come la moda sia un fenomeno complesso e un dispositivo potente per interpretare gusti e tendenze del tempo.
Visto il nostro coinvolgimento diretto abbiamo deciso di chiacchierare con Maria Luisa Frisa, direttore del Corso di Design della moda all’Università IUAV di Venezia, oltre che curatore di mostre importanti e autore di molte pubblicazioni di moda, inaugurando così uno spazio che continuerà nel tempo in cui dialogheremo con persone a noi care, creativi interessanti, figure che ci piacciono e mondi tangenti la moda. Maria Luisa racconta l’importanza di questa mostra, capace di decontestualizzare i pezzi che compongono la caleidoscopica carriera di Diana Vreeland, per riconnetterli in una nuova lettura interpretativa, ma trova anche il tempo per svelarci qualcosa sui suoi futuri progetti.
Da cosa è nata l’idea di una mostra su Diana Vreeland?
Sono sempre stata particolarmente interessata alla figura di Diana Vreeland, sia come fashion editor ad “Harper’s Bazaar” (1936-1962) e poi visionario direttore a “Vogue America” (1962-1971), sia come curatore di mostre di moda, durante il suo periodo al Costume Institute del Metropolitan dal 1972 al 1989, anno della sua morte. La mostra nasce dal desiderio di portare a un livello più complesso la riflessione sulle mostre di moda e sul fashion curating, dato il ruolo centrale di Vreeland nell’evoluzione di questi due aspetti di quella complessa disciplina che è la moda. La mostra riflette in modo esplicito sul lavoro di Vreeland, simultaneamente editor e curator, e sulla sua capacità di usare la moda come straordinario volano per l’immaginazione. Non solo una mostra di moda in cui si possono ammirare abiti straordinari, quindi, ma l’occasione per capire come e quando sono stati messi a fuoco buona parte degli immaginari della moda contemporanea.

Quale l’importanza e il fascino di un personaggio come la Vreeland per i nostri tempi e per la moda? Quale il legame con la realtà italiana?
La genialità di Vreeland si è espressa soprattutto attraverso la messa a punto di una grammatica dell’eccesso. La mostra e il libro uscito in occasione della mostra, si pongono come obiettivo quello di ricostruire questa grammatica, visuale e concettuale. Nel mettere a punto la sua visione flamboyant della moda, Vreeland parlava di eccesso, allure, chic, pizazz, e tutti questi termini sono ormai entrati a far parte della moda. Un modo di leggere e interpretare il fashion system che sa mescolare intuito e una sorta di algebra della moda, che mescola naturalezza e artificio e che ricorda moltissimo quella di cui parla Anna Piaggi a proposito delle sue doppie pagine.

Come avete strutturato il percorso?
La mostra cerca di restituire l’incedere immaginifico con cui Vreeland ha attraversato la moda del Novecento: il percorso espositivo è articolato fra il piano nobile e il secondo piano del Museo Fortuny, attraverso tre nuclei che raccontano Vreeland molto bene. Si parte dagli elementi del suo stile personale e dalle sue ossessioni, fondamentali nel definire il suo atteggiamento curatoriale rispetto alla messa in scena e all’interpretazione della moda. Poi si prosegue nell’esplorazione di Vreeland come curator attraverso i suoi innovativi progetti allestitivi: un serie di teche, elemento museale per eccellenza, enfatizza gli elementi che hanno caratterizzato le mostre di DV; ovviamente un ruolo centrale hanno i manichini, che alludono agli allestimenti originali di Vreeland e sono progettati appositamente per la mostra. Ultimo nucleo sono le riviste (numeri originali di “Harper’s Bazaar” e “Vogue America”) e i cataloghi e i libri usciti in occasione delle mostre curate da lei: un complesso lavoro editoriale che attraverso il Novecento e riflette la capacità di DV di intercettare e anticipare gusti e tendenze.

Quali ritieni siano i pezzi più interessanti?
L’immaginario di DV è evocato da una serie di abiti, molti dei quali sono in Italia per la prima volta. Sono tutti pezzi strepitosi. Fra questi i capi di Saint Laurent e Givenchy indossati da Vreeland e provenienti dal Metropolitan Museum of Art di New York; alcuni pezzi di Balenciaga, appartenuti alla Baronessa Tyssen, provenienti dal Cristóbal Balenciaga Museum recentemente inaugurato a Getaria; creazioni più iconiche, come i Mondrian Dress di Saint Laurent dalla collezione della Fondation Pierre Bergé-Yves Saint Laurent; preziosi esemplari che hanno segnato la moda novecentesca provenienti da prestigiose collezioni private e aziendali, fra cui capi di Chanel, Schiaparelli, Missoni, Pucci e costumi dei Ballets Russes.



Che cosa porti con te da questa esperienza? Insegnamenti, momenti, immagini che ti hanno particolarmente segnata?
Più che trattare gli abiti come opere d’arte, Vreeland ha saputo riconoscere il ruolo della moda all’interno della cultura visuale contemporanea. In questo è stata geniale, una vera e propria apripista, sia come editor, sia come curator. Probabilmente proprio perché al Met ha saputo giocare il suo ruolo di special consultant e curator utilizzando il linguaggio proprio della moda, un linguaggio che avevo appreso ed elaborato lavorando nelle riviste. E i cabinet in mostra cercano di raccontare gli elementi della sua grammatica curatoriale, e cercano di esplicitare non solo il suo sguardo da editor, ma anche quanto ancora oggi nei musei la moda sia “messa in mostra” utilizzando (spesso inconsapevolmente) gli stilemi di Vreeland. Era necessario rendere evidente questo aspetto, soprattutto per capire cosa si può fare oggi, a partire dall’eredità di Vreeland.

Che cosa invece pensi debbano recepire i giovani creativi, gli studenti di moda, da questa mostra?
Credo che la mostra possa essere molto utile, per riflettere sul sistema della moda per capirne i meccanismi, ma anche la complessità.
E penso che possa interessare particolarmente gli stylist. Tutti gli stylist di oggi sono ormai delle vere e proprie celebrities. Sono fotografati, sono protagonisti dei blog, sono autori a loro volta di blog in cui si espongono ed espongono il loro punto di vista sulla moda. Credo che questo vero e proprio culto della personalità abbia a che fare con una delle possibili evoluzioni di quello che ha suggerito Vreeland, prima come fashion editor a “Bazaar”, e poi come direttore a “Vogue”. Gli stylist sono passati dal backstage al centro della scena: questo però rende più difficile (ma forse più interessante) essere unici e influenti. Il percorso verso un self-styling consapevole, simultaneamente preciso e visionario, è più arduo in un momento come questo, dove la regola sembra essere quella di una (troppo spesso) facile sovraesposizione mediatica.
Ci sveli qualcosa sui tuoi prossimi progetti?
Come titolare della Cattedra Gaetano Marzotto sto lavorando a un progetto dedicato al tema della confezione. Ci sarà una grande mostra che ripercorrerà quel periodo cruciale che va dal Dopoguerra alla nascita del pret-a-porter. Il focus sarà l’Italia, ma insieme al Centro di Studi per la moda di Stoccolma stiamo lavorando a creare una rete di studiosi che restituiranno tutte le più importanti esperienze europee.

